In questo remake americano di una storia danese, le differenze rispetto all’originale fanno emergere temi che trovo molto interessanti.

I personaggi si lasciano leggere come due archetipi incarnati dalle due famiglie: da una parte la tradizione, dall’altra la modernità.

Abbiamo due uomini: uno cacciatore, fisico imponente, abituato a prendere l’iniziativa; l’altro “moderno”, che in ogni aspetto della sua vita sembra perdere pezzi della propria mascolinità.

Le due donne sono il contrappunto: una sottomessa alle decisioni del marito, l’altra caparbia, coraggiosa, costretta a prendersi cura della propria famiglia perché nessun altro lo farà.

Che dietro tutto ci sia del marcio lo scopriremo presto, ma qui mi interessa l’essenza di questi archetipi e cosa significano oggi.

L’uomo tradizionale si rifugia dietro una facciata di sicurezza: agisce senza tentennamenti, è forte, è furbo e in più modi può, e spesso assoggetta, chi gli sta intorno.

L’uomo moderno invece è perduto, senza più una traccia già segnata nella terra dagli antenati. Il protagonista non ha potere nella sua vita: la moglie è delusa e cerca l’attenzione di altri uomini, perde il lavoro, ai colloqui non riceve risposta, e soprattutto non prende mai decisioni perché non sa più quale sia la cosa “giusta” da fare.

La donna moderna, al contrario, è sovraccarica. A ciò che deve già gestire della propria vita si aggiunge il peso della famiglia: deve prendersi cura non solo della figlia, ma anche del suo uomo. Il film lo mostra chiaramente: ogni atto di violenza necessario a salvare la famiglia è compiuto da lei. E non basta. Deve anche indicare la via al compagno: pure questa diventa una sua responsabilità.

Entrando nell’era moderna la donna ha avuto una rivoluzione: da oggetto confinato in una posizione senza potere a soggetto che decide per sé e, spesso, anche per gli altri. Non solo ha ottenuto agency: deve continuare a sostenere le antiche responsabilità. È dato quasi per scontato; dopotutto, l’uomo non ha avuto una vera evoluzione.

L’uomo moderno è stato decostruito: prova a restare aggrappato al vecchio controllo patriarcale, ma appare patetico nel tentativo. Il mondo è andato avanti, lui no. Non ha avuto una catarsi, non si è trasformato: è un guscio di ciò che era.

Ed è proprio in questa crepa che si insinua, viscida, la retorica conservatrice: l’ideale dell’uomo cacciatore, forte, che tiene la famiglia in pugno. In un panorama di smarrimento, il ritorno indietro sembra l’unica via. Ma forse, più che un ritorno al passato, all’uomo serve tempo per ricostruirsi, mentre la donna diventa padrona del proprio destino e salva la sua famiglia, ponendo fine a questa pazzia.


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